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FONDAZIONE BCFN: AGRICOLTURA E ALIMENTAZIONE VERSO UN SISTEMA SEMPRE PIÙ ORIENTATO ALLA SOSTENIBILITÀ

UntitledIntervenuta a Parma, durante il World Food Research and Innovation Forum, la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition ha ribadito l’importanza di puntare su modelli alimentari basati sui principi della doppia piramide per salvare allo stesso tempo la salute dell’uomo e del pianeta.

La deforestazione tropicale legata all’espansione di nuove terre agricole produce emissioni pari a 3,6 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Ed è proprio l’agricoltura l’attività umana ad avere un impatto senza precedenti sulle emissioni di gas serra, con circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, confermandosi come il primo
settore per emissioni di gas serra prima di energia e trasporti. Ma l’agricoltura è anche il primo fattore di sfruttamento della superficie globale delle terre emerse: quasi il 40% della superficie terrestre, infatti, è sottoposto alle attività agricole e zootecniche e per l’irrigazione dei campi coltivati si impiega il 70% di acqua dolce a livello mondiale, causando la più grande perdita di biodiversità.

È la fotografia scattata dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition che è intervenuta oggi, durante il World Food Research and Innovation Forum, per lanciare sfide e proporre soluzioni concrete per raggiungere un sistema sostenibile per la salute dell’uomo e del pianeta. Un percorso lungo, che passa dall’Expo appena concluso agli ambiziosi obiettivi fissati nella Conferenza di Parigi, COP21, per affrontare i 3 grandi paradossi dell’attuale sistema agroalimentare.

“Dobbiamo ricollegare la produzione agricola primaria con il sistema alimentare. Bisogna ritornare al valore vero del cibo che non può essere solo rappresentato dal valore di mercato, ma deve includere i costi o benefici delle esternalità ambientali. Ad esempio il valore di una produzione sostenibile che non impatta sulle risorse del Pianeta
oppure il valore nutrizionale del cibo devono essere remunerato lungo tutta la supply chain” ha dichiarato Riccardo Valentini membro dell’Advisory Board della Fondazione BCFN e Professore di Ecologia Forestale all’Università della Tuscia.

L’impatto maggiore sull’ambiente, infatti, deriva da quello che mangiamo e che mettiamo ogni giorno nel piatto. E se consideriamo solo le emissioni di gas serra, è il cibo a dare il contributo maggiore al cambiamento climatico con un impatto che incide del 31% sul totale, superando il riscaldamento (23,6%) e i trasporti (18,5%)[1].
Particolarmente rilevante è il consumo di carne, responsabile del 12% delle emissioni totali, mentre i prodotti lattiero-caseari contribuiscono per il 5%. Limitando il consumo di proteine animali a sole due volte alla settimana (rispetto ad un consumo giornaliero) e facendo spazio a cereali e legumi, si possono risparmiare fino a 2.300 g di CO2 al giorno. Si parla di una riduzione di emissioni di CO2 all’anno per persona di 750 kg, come percorrere 5.600 km con un’auto di media cilindrata, pari a un viaggio a/r da Milano a Mosca.

Inoltre, dal 1990 a oggi, le emissioni di gas serra derivanti dall’agricoltura sono aumentate del 20% e raddoppiate dal 1960. Le nostre scelte alimentari hanno, dunque, un ruolo fondamentale nella salvaguardia del nostro pianeta. Ecco, allora, che l’adozione della doppia piramide alimentare e ambientale – un modello che promuove la Dieta Mediterranea e ne dimostra i benefici per la salute dell’uomo e dell’ambiente – diventa uno dei primi passi da compiere in cammino per la salvaguardia del pianeta e della salute.

Ma il tema dell’alimentazione non può prescindere da quello della sostenibilità. In quest’ottica, il primo problema da affrontare è quello della tutela del “suolo”. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization), il 25% dei suoli del pianeta è gravemente danneggiato e solo il 10% mostra qualche cenno di miglioramento. Solo negli ultimi 40 è diventato improduttivo il 30% dei terreni coltivabili. Eppure, soluzioni semplici come aumentare la varietà delle colture, invece di concentrarsi solo su soia e mais, contribuirebbe a ripristinare i nutrienti nei terreni e aiutare gli agricoltori di aziende grandi e piccole a ottenere più resa per ettaro. C’è poi da considerare che, tra meno di 10 anni, nel 2025, 3 milioni di persone non avranno acqua potabile eppure, oggi, il 70% di acqua dolce viene destinata alla
produzione agricola e a quella di cibo. Attività, quest’ultima, che impatta per il 23% delle emissioni di gas serra totali.

Risulta fondamentale, quindi, accrescere le forme di agricoltura maggiormente sostenibili e capaci di coniugare efficacemente volumi di produzione, qualità del prodotto e sostenibilità ambientale, economica e sociale migliorando l’efficienza dell’utilizzo e la conservazione delle risorse naturali, proponendo un’agricoltura che protegga e migliori l’equità e la qualità del benessere sociale nelle zone rurali e implementare l’azione politica responsabile ed efficiente ai fini della sostenibilità del sistema agroalimentare.

Antonio Gala

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