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INTELLIGENZA ARTIFICIALE E VINO, GLI STRUMENTI SONO SEMPRE PIÙ ACCESSIBILI, MA SONO LE PERSONE A FARE LADIFFERENZA

Credits: pexels-laker

A Milano, in occasione di una nuova tappa di W-ine in Tour a Palazzo Bocconi, il confronto sul futuro del settore vitivinicolo ha messo al centro AI, competitività, nuove competenze e comunicazione.
Simona Pisanello, CEO e founder di Itaca Comunicazione: «Possiamo generare quasi tutto. Tranne quello che avete vissuto”

C’è una domanda che l’intelligenza artificiale sta imponendo anche al mondo del vino: se tutti possono avere accesso agli stessi strumenti, dove si costruisce il vero vantaggio competitivo?

Perché oggi, anche una piccola cantina può analizzare un mercato, tradurre una presentazione, elaborare dati, costruire una campagna o produrre contenuti con una facilità che fino a pochi anni fa sembrava riservata alle aziende più strutturate.
L’AI abbassa le barriere, democratizza l’accesso alle tecnologie e rende più sottile la distanza tra grandi gruppi e piccole cantine e aziende agricole.
Ma proprio qui nasce il problema: se gli strumenti diventano disponibili per tutti, come distinguersi?
È uno dei temi emersi lo scorso 7 ottobre a Milano durante una nuova tappa di W-ine in Tour, il percorso di confronto organizzato da Giorgio Putignano – Director Sales & Marketing | Food, Beverage and Wine Industries di WeHunt e ideatore di W-ine, che riunisce manager, imprenditori e professionisti del settore vitivinicolo intorno alle trasformazioni che stanno ridisegnando il comparto.
Insieme a organizzazione, competenze, innovazione e nuovi modelli di business, il tema dell’intelligenza artificiale ha delle ricadute inevitabilmente anche sul terreno della comunicazione.
A mettere a fuoco questo passaggio è stata Simona Pisanello, CEO e founder di Itaca Comunicazione, agenzia milanese che si occupa di comunicazione nel mondo del vino da trent’anni. La frase con cui ha aperto il suo intervento ha, infatti, perfettamente sintetizzato il paradosso dell’AI: «Possiamo generare quasi tutto. Tranne quello che avete vissuto».


È partendo da questa riflessione che può cambiare la prospettiva con cui affrontare le nuove sfide della comunicazione, anche nel mondo del vino. Perché se l’intelligenza artificiale può generare immagini, testi, idee, post e campagne in pochi istanti, ciò che diventa davvero raro non è più il contenuto in sé, ma la storia che c’è dietro.


“Un vino può essere raccontato in mille modi – spiega Simona Pisanello – ma l’esperienza di chi lo produce, il legame con un territorio, una scelta fatta controcorrente, una relazione costruita negli anni, una persona che ha dedicato la propria vita a quel prodotto: tutto questo non può essere semplicemente generato.”


E proprio mentre l’AI rischia di riempire il digitale di contenuti sempre più performanti e formalmente perfetti, il valore della comunicazione potrebbe essere “misurato” non più sulla capacità di essere visibili ma su quella di essere riconoscibili.
“È una distinzione tutt’altro che secondaria per il vino italiano” continua Pisanello. “In un mercato in cui la competizione è già altissima, produrre più contenuti non significa necessariamente riuscire a costruire una relazione con il consumatore. Anzi: quando tutti possono raccontarsi bene, il rischio è che tutti finiscano per assomigliarsi. L’AI, da questo punto di vista, rende la comunicazione più difficile e strategica. Può aiutare le aziende a lavorare meglio, più velocemente e con risorse inferiori, ma non può decidere quale identità costruire. Può imitare uno stile o suggerire una storia, ma non creare una relazione. In un mondo in cui sarà possibile generare quasi tutto, il vero lusso sarà avere qualcosa di vero da
raccontare.”
Per il vino italiano è una buona notizia. Perché la sua forza competitiva non nasce solo dalla tecnologia, ma da un patrimonio difficilmente replicabile e fatto di persone, territori, cultura, storie e rapporti veri. L’AI può aiutare a raccontarlo meglio, ma non può viverlo al posto delle persone.


www.itacacomunicazione.it

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